L’uomo nero

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Sono le da poco passate le dieci di sera. A casa dormono tutti. Tutti tranne me. Ho circa 6 anni e ci siamo trasferiti da poco a casa nuova, quella che poi sarebbe diventata casa nostra. Abbiamo traslocato, ma mancano ancora le porte interne, abbiamo invece da poco installato le finestre, che però sono aperte. È luglio!

Un venticello muove le tende e io non riesco a prendere sonno. È difficile abituarsi a dormire in una camera così grande quando, fino a qualche mese prima, avevi il letto accanto a quello di mamma e papà, quando sapevi che dall’altra parte della stanza c’era pure tua sorella. Provi ad addormentarti, ma ogni rumore ti sveglia. Senti gli occhi che si fanno pesanti, ma… “Ehi, cos’era quel fruscio?”

Le tende si muovono ancora e mi affretto a cercare con la mano l’interruttore dell’abat jour. Un’ombra si muove, l’ho vista. Click, la luce accesa. Non c’è nulla. Mi guardo intorno. Ogni parete celestina è vuota. Sbircio sotto al letto, mentre mi ripeto che sono coraggioso, e nada. Non c’è assolutamente nulla. Respiro a pieni polmoni, spengo la luce, mi allungo di nuovo, ma tengo in mano il filo con il tasto che è in grado di riportare la luce nella notte tenebrosa.

Un altro rumore. Click. La stanza è vuota. Lo schema si ripete. Ancora e ancora…

È mezzanotte e venti, di un giovedì sera d’autunno. La finestra è praticamente sbarrata, visto il freddo che fa, e guardo il soffitto della camera. Non ci sono ombre che mi fanno paura. Non sulle pareti almeno.

Guardo il bianco che sta sopra la mia testa e mi rendo conto di quanto il buio, o meglio il grigio e le ombre, mi terrorizzassero da piccolo. Soprattutto realizzo come la paura mi spingesse a vedere cose che non c’erano. Con assoluta certezza, tra l’altro! 

La paura che ci fosse qualcuno nella mia stanza era così forte e reale da spingermi a trasformare la mia stessa ombra in quella di qualcun’altro. Un mostro, un assassino, un rapitore… 

E così capisco che, in un certo senso, niente è cambiato. Oggi di anni ne ho 30 e non ho paura di vedere un assassino in camera (anche se, lo ammetto, d’estate dormo con un lenzuolo che mi copre un piede “per sicurezza”), ma faccio la stessa identica cosa: lascio che le mie paure si trasformino in elementi concreti. Nella verità insomma. La mia verità. 

Mi ci perdo di tanto in tanto, nella notte delle mie ansie. Mi perdo tra un trauma infantile e un incubo primordiale lasciando che il panichello mi assalga e, come a bordo di un treno folle, mi ritrovo a osservare dal finestrino un film del quale sono sceneggiatore, produttore, regista e attore. Vanno ora in scena “Le ansie di Gio”.

Succede. Non sempre, ma spesso. Perlopiù quando c’è qualcosa che non mi torna. Quando sono spaventato, quando credo di aver visto, o fiutato un elemento, che mi manda in allarme e allora… ciak si gira!

L’uomo nero viene fuori da sotto il letto e io mi nascondo con un lenzuolo mentre mi sdoppio e, dall’esterno, un altro me assiste a questa pietosa scena, urlando al protagosnista: “ACCENDI QUELLA CAZZO DI ABAT JOUR. LA CAMERA È VUOTA!”.

Silenzio, cade il silenzio. La scena sparisce.

Rimango io, da solo. Con una sola consapevolezza: non c’è nessun mostro. Eri solo tu Gio. Che ti stavi facendo paura da solo. La camera è vuota. 

Ripeti con me: la camera è vuota.
La camera è vuota.
La camera è…

Pubblicato in Life

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